Categoria: Pensieri

  • Mercato di Mirano: quando il passato ti abbraccia tra i banchi.

    Lunedì scorso, complice un tagliando auto e un giorno di ferie capitato quasi per caso, mi sono ritrovato a Mirano per il mercato settimanale – un salto nel passato che mi ha riportato dritto ai mercoledì di Abano, quando da bambino accompagnavo mamma o nonna in quel rito pagano che era molto più della semplice spesa, ma un’occasione di socialità pura, con mezzo paese che si incrociava tra un banco e l’altro.

    Il mercato come rito di lentezza

    Cammini piano, senza quella fretta che ci divora di solito, circondato da banchi che odorano di terra umida, formaggi stagionati e stoffe che sembrano uscite da un altro tempo; la gente si ferma, si riconosce, si scambia frasi come “Ciao Toni, come va la gamba?”, mentre giovani mamme spingono passeggini e pensionati stringono borse riutilizzabili, nessuno con il naso sullo schermo, nessuno che scatta foto per like – qui si vive, semplicemente.

    Mercato settimanale di Mirano sotto tende bianche sventolanti, banchi di abbigliamento e oggetti colorati, folla di persone in cappotti contro cielo grigio nuvoloso, edifici veneti sullo sfondo – vita autentica, anti-algoritmo.

    Volti veri senza filtri sotto un cielo grigio che minaccia pioggia, ma nessuno se ne cura perché è vita autentica, quella che non ha bisogno di caption.

    Da piccolo, nonna a volte mi comprava un ovetto di cioccolato – piccolo, economico, ma completamente mio – così stavo buono e lei poteva chiacchierare per ore con la verduraia. Io osservavo tutto, imparando un mondo che non era fatto di app e notifiche, ma di mani callose, voci che si sovrapponevano e prezzi tirati all’ultimo sangue con una risata complice.

    Da nipote con l’ovetto a cinquant’anni con le ferie rubate

    E ora, a più di cinquant’anni e con ferie rubate al calendario, eccomi di nuovo lì, a Mirano, dove un tizio urla “Mele nostrane, due chili quattro euro!” e una signora contrattacca con “Tre e novanta!”, ridendo insieme mentre si accordano, circondati da signori che si tengono il cappello contro il vento leggero.

    Nessuno corre, il tempo si allunga come un respiro profondo e ti avvolge senza chiederti permesso. Io mi fermo, assaporo gli odori di formaggi e salami, ascolto voci dialettali che capisco e che sento fin nelle ossa; è un disinnesco perfetto, tolgo la miccia dell’urgenza quotidiana che ci spinge a correre, chiamare, rispondere a mail, risolvere, postare, validare ogni istante come se il nostro tempo fosse semplicemente merce di scambio.

    Perché qui, al mercato, non serve niente di tutto ciò: è anti-social per natura, fatto di sguardi incrociati, contatti umani casuali e quel caffè al bar che sa di casa, lontano dai recinti digitali dove accumuliamo imperi di sabbia che il primo vento dissolve.

    Penso alla vita di oggi mentre cammino, e mi rendo conto che fin da bambino il mercato era già una visione futura del mio caos creativo senza bisogno di permesso – e oggi quello di Mirano lo resuscita, ricordandomi che la bellezza può essere dove meno te la aspetti tra i banchi, ma solo se sai fermarti e osservare.

    Magari evocando il ricordo di nonna con un sorriso agrodolce.

  • L’inganno del “Puoi essere tutto ció che vuoi!”

    L’inganno del “Puoi essere tutto ció che vuoi!”

    L’illusione pericolosissima e il progetto greco

    Viviamo in una società che ci mente spudoratamente, sussurrandoci all’orecchio un mantra tossico: “Puoi essere quello che vuoi”. Sembra una promessa di libertà infinita, ma è un’illusione pericolosissima che genera frustrazione. La verità, quella scomoda che nessuno mette sui cartelloni pubblicitari, è che nessuno di noi può essere “quello che vuole”. I greci, che avevano capito la psiche umana millenni prima degli influencer, ribaltavano la prospettiva: non devi essere ciò che vuoi, ma devi diventare ciò che sei.

    Pindaro lo scrisse con una chiarezza disarmante: “Conosci te stesso per diventare quello che sei”. Non è un limite, è un progetto esistenziale. C’è un abisso tra le due cose: “essere quello che vuoi” è un capriccio del marketing che ti vende maschere; “diventare ciò che sei” è un destino da scolpire togliendo il superfluo.

    Arborum Felix: La felicità è un raccolto

    C’è un passaggio etimologico che mi fa impazzire e che smonta la nostra idea moderna di benessere. I latini usavano l’espressione Arborum Felix, l’albero felice. E come te lo immagini un albero felice? Non è solo verde o pieno di fiori ornamentali: è un albero carico di frutti.

    La felicità, nella sua radice antica, è intrinsecamente generativa. Chi è felice crea, produce, e soprattutto mette a disposizione degli altri ciò che ha generato. La persona felice è, per definizione, generosa: non è avara di conoscenze, mette in condivisione le proprie risorse, fa crescere la comunità intorno a sé. È un circolo virtuoso perfetto, dove la realizzazione personale diventa nutrimento per gli altri.

    Perché il sistema ti preferisce euforico

    C’è però un “bug” in questo sistema perfetto, almeno per l’economia di oggi: quando sei felice davvero, non compri. Se sei Arborum Felix, se sei pieno di frutti e connessioni reali, acquisti solo ciò di cui hai realmente bisogno. In una società basata sulla sovrapproduzione del superfluo, sei sicuro che il mercato ti voglia proprio felice?

    La risposta è no. Il sistema ti vuole gasato, ti vuole euforico, ti vuole sotto l’effetto di una metaforica “Red Bull” che ti mette le ali per tre minuti di onnipotenza e poi ti fa schiantare. Il messaggio implicito è subdolo: “Sii felice, ma di quella felicità frivola. Mi raccomando, non scendere troppo in profondità”. Perché la profondità porta consapevolezza, e la consapevolezza è nemica del consumo compulsivo.

    La vendetta della lentezza

    La profondità richiede un tempo che il mercato dell’attenzione odia. Il mantra dei social è: “Il video deve essere veloce, rapido, pochi secondi. Ho l’ansia”. Abbiamo provato a comprimere, a ridurre, a pillolizzare ogni concetto, al punto che i miei amici social media manager minacciano il suicidio ogni volta che pubblico un post che richiede più di 3 minuti di lettura.

    Eppure, sta succedendo qualcosa di inaspettato: la grande vendetta della “radio”. L’esplosione dei podcast lunghi dimostra che siamo affamati di complessità. In quella lentezza, che sembrava bandita, tu puoi finalmente ridepositare i pensieri e scoprire te stesso. Tutti cercano la “pillola magica”, il Bignami della vita, ma la soluzione non è mai nella fretta.

    Tardi ti amai

    Sant’Agostino, uno che di tormenti e ricerche interiori se ne intendeva, scrisse una delle frasi più belle della storia: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova”. E aggiunse la chiave di tutto: “Tu eri dentro di me, e io ero fuori. E lì ti cercavo”.

    Passiamo la vita a cercare la felicità “fuori”, nelle cose, negli oggetti, nelle approvazioni esterne, mentre lei se ne sta tranquilla dentro di noi, nel posto in cui non guardiamo mai. È buffo quanta felicità sprechiamo cercando conferme altrove.

    E quando qualcuno ti chiede con disprezzo “Ma perché ti accontenti?”, sorridi. Perché accontentarsi – nel senso nobile di essere contenti della realtà, come veder crescere un figlio o godersi un momento vero – è l’unica vera ribellione possibile.

    Diventa ciò che sei. Tutto il resto è solo rumore di fondo.

  • Biondino: Storia d’Amore (e Resistenza) con un MacBook Bianco del 2006

    Biondino: Storia d’Amore (e Resistenza) con un MacBook Bianco del 2006

    Vent’anni dopo, il mio primo portatile Mac sta morendo. Ma per il suo compleanno, gli restituirò la vita. Perché certi amori tecnologici non si abbandonano.

    Ci sono oggetti che possediamo e oggetti che, in qualche modo, ci possiedono. O meglio, custodiscono un pezzo della nostra anima in formato binario.

    Lui è Biondino.

    Tecnicamente è un MacBook “Core 2 Duo” Late 2006 in policarbonato bianco.

    Per il mondo è un pezzo di antiquariato obsoleto da smaltire.

    Per me, è stato l’inizio della libertà.

    Siamo nel 2026, e mentre scrivo questo post su un telefono che ha più potenza di calcolo dell’intera NASA degli anni ’80, il mio sguardo cade su di lui. Sta male, poverino. Forse la RAM, forse la scheda madre che ha deciso di scioperare dopo due decenni di onorato servizio. Ma non è la fine. È solo una pausa prima del gran finale.

    Dal Guscio alla Strada: L’Evoluzione della Specie (Creativa)

    Il mio primo amore Apple è stato un iMac G3 Strawberry. Bellissimo, iconico, ma stanziale. Era un tempio fisso dove dovevo recarmi per creare.

    Biondino, arrivato nel 2006, ha cambiato le regole del gioco.

    Improvvisamente, lo studio non era più una stanza: era ovunque fossi io.

    GarageBand non era un software, era un miracolo tascabile.
    iMovie mi permetteva di montare la realtà mentre la vivevo.
    • Il colore bianco candido non era solo plastica: era una dichiarazione di intenti.

    Con lui ho imparato che la tecnologia serve a togliere peso allo zaino della creatività, non ad aggiungerne. Ci facevi tutto. Con calma — i render richiedevano pazienza zen — ma lo facevi ovunque.

    La Fedeltà oltre il Tradimento (e l’Orrore Windows)

    In questi vent’anni, non sono stato un monaco fedele. Lo ammetto.

    Nella mia vita digitale sono passati altri amanti, alcuni molto più prestanti, altri decisamente trascurabili.

    Si sono susseguiti MacBook Pro in alluminio (freddi, efficienti, bellissimi), desktop potenti come monoliti, tablet leggeri come fogli di carta. C’è stato persino — e qui sento Biondino rabbrividire nei circuiti — il periodo oscuro dei portatili Windows. Quei momenti di confusione che capitano a tutti, quegli “errori di gioventù” (o di budget) che ti fanno apprezzare ancora di più casa tua.

    Eppure, mentre gli altri venivano venduti, regalati, rottamati o dimenticati in un cassetto, Biondino è rimasto.
    Ha visto passare mode, interfacce, sistemi operativi e porte USB che cambiavano forma. Lui è rimasto lì, testimone silenzioso e bianco (ormai un po’ avorio, diciamolo) della mia evoluzione.

    Scheda Tecnica della Nostalgia

    CaratteristicaMacBook “Biondino” 2006MacBook Air (2026)
    ProcessoreIntel Core 2 Duo (2.0 GHz)Apple Silicon M4
    RAM1 GB (Espandibile…wow!)32 GB Unificata
    MaterialePolicarbonato BiancoAlluminio riciclato / Titanio
    Vive“Il futuro è morbido”“Il futuro è affilato”
    Peso Emozionale100 TonnellateVariabile

    Operazione Lazzaro: Obiettivo 20º Compleanno

    Oggi Biondino non si accende. O meglio, ci prova, ma tossisce bit e si spegne.

    La diagnosi è incerta, ma la prognosi è riservata e combattiva.

    Non finirà in discarica.

    Ho preso una decisione: per il suo 20º compleanno (Novembre 2026), Biondino tornerà a splendere.

    Sarà un restauro conservativo, rispettoso. Cercherò i pezzi di ricambio come un archeologo cerca reliquie.

    Perché? Perché in un mondo di obsolescenza programmata, riparare è un atto rivoluzionario. E perché non si abbandona chi ti ha insegnato a creare in movimento.

    Domande Frequenti (…le mie, ovviamente…)

    Vale la pena restaurare un MacBook del 2006 nel 2026?


    Economicamente? Assolutamente no. Emotivamente? Non ha prezzo. Inoltre, per il retro-gaming o la scrittura distraction-free, queste macchine hanno ancora un’anima unica (e tastiere con una corsa che oggi ci sogniamo).

    Si può ancora usare Internet con un Core 2 Duo?

    È difficile. Il web moderno è pesante. Ma il bello di queste macchine è proprio questo: disconnettersi dal flusso e usare il computer come strumento di pura creazione offline.

    Perché i MacBook bianchi sono così carini e coccolosi?

    Erano realizzati in policarbonato, un materiale plastico molto resistente che Apple ha usato per distinguere la linea consumer dalla linea Pro (in alluminio). Oggi quel “bianco Apple” è diventato il simbolo di un’era del design del grande Jony Ive.

    Il mio primo brano registrato con Biondino
  • Prima i Bambini: La Giornata per la Vita 2026 è un atto d’accusa

    C’è una frase nel Vangelo di Matteo che oggi suona meno come una preghiera e più come un ultimo avvertimento, di quelli che ti sussurrano all’orecchio prima che tutto crolli:
    «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli» (Mt 18,10).

    Oggi, 1° febbraio 2026, si celebra la 48ª Giornata Nazionale per la Vita. Il tema scelto dai Vescovi italiani è secco, urgente: “Prima i bambini”.
E qualcuno potrebbe pensare: “Vabbè, la solita festa delle primule, dei buoni sentimenti e delle raccolte fondi”.


    Magari fosse così.


    Perché se togliamo la patina di retorica e guardiamo in faccia la realtà, questa non è una festa. È un bollettino di guerra. E noi, come civiltà adulta, ne usciamo sconfitti su tutta la linea.

    L’innocenza sotto assedio

    Disegno a china bambino abbraccia missile macerie
    Natale tra le macerie. L’innocenza che si aggrappa alla distruzione come fosse un gioco. (Schizzo digitale, Ricky Guariento, 2023)

    Il Cimitero dei Numeri (Dati 2024-2025)

    Ho provato a scavare nei database più recenti (UNICEF, Save the Children, rapporti ONU). Niente filtri, niente “indorare la pillola”. I dati sono nudi e crudi, e fanno male fisico.

    GUERRA: 473 milioni di bambini vivono in zone di conflitto. È 1 bambino su 6 al mondo. Nel 2024 abbiamo toccato il record storico di 12.000 bambini uccisi o mutilati direttamente dalle armi (+42% rispetto al 2020).

    FAME: Mentre buttiamo il cibo, 1,85 milioni di bambini rischiano di morire di malnutrizione acuta entro pochi mesi. A Gaza, l’80% delle morti per fame sono piccoli.

    SCHIAVITU’: L’obiettivo mondiale “Zero Lavoro Minorile entro il 2025”? Fallito. Ci sono ancora 138 milioni di bambini che lavorano invece di giocare. Di questi, 54 milioni fanno lavori pericolosi (miniere, fabbriche tossiche).

    TRATTA: 1 vittima su 3 del traffico di esseri umani è un minore. Se sei una bambina, nel 61% dei casi il tuo destino è lo sfruttamento sessuale.

    Grafico dei Bambini che afforntano sfide critiche nel mondo (2024-2025)

    Leggendo questi numeri, c’è pure qualcuno che ha il coraggio di dire che mostrare certe statistiche o le foto dei bambini sotto le bombe è solo “propaganda” o “pietismo”.
Io mi chiedo quale mostro possa girarsi dall’altra parte di fronte a una realtà del genere, liquidandola come marketing emotivo. Se questi numeri non vi tolgono il sonno, il problema non sono i dati. Il problema è la vostra umanità (o quel che ne resta). Se vi fanno stare male, allora non siete ancora persi.

    Il PIL non ha cuore (e nemmeno futuro)

    Il vero problema è che viviamo in un sistema – economico e culturale – che ha un difetto di fabbrica: misura tutto, ma non dà valore a nulla.
Un bambino che gioca al parco? Per il PIL è zero. Non produce, non consuma abbastanza, è “improduttivo”.
Un bambino che studia? È una voce di costo per lo Stato.

    Li trattiamo come un peso, come un accessorio costoso da permettersi “se avanza tempo e denaro”. E intanto, cosa stiamo preparando per loro?
Stiamo imbandendo una tavola avvelenata.
Li invitiamo alla festa della vita, ma lasciamo loro da pagare il conto di un ristorante che abbiamo devastato:

    • Un debito pubblico mostruoso che non hanno contratto.
    • Un pianeta al collasso climatico che non hanno inquinato.
    • Una geopolitica fatta di guerre che non hanno dichiarato.

    È il paradosso supremo: li consideriamo “inutili” per l’economia di oggi, ma stiamo scaricando sulle loro spalle tutto il peso del domani. È un atto di egoismo generazionale senza precedenti.

    La Resistenza della Tenerezza

    Mettere “Prima i bambini”, allora, non è uno slogan da asilo nido. È l’atto politico più rivoluzionario che possiamo fare nel 2026.
Significa smettere di guardare il mondo dall’alto del nostro profitto e iniziare a guardarlo dal basso, ad altezza occhi di bambino.

    Oggi, non limitatevi a comprare la primula fuori dalla chiesa per lavarvi la coscienza.
Guardate un bambino negli occhi – vostro figlio, un nipote, o quel ragazzino sconosciuto in metro – e chiedetevi: “Sto costruendo un mondo degno del suo sguardo?”.
Se la risposta è no, abbiamo ancora molto lavoro da fare.

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  • Deliri di onnipotenza e altre barzellette cosmiche

    “E l’essere umano si rese conto di essere piccolo… così piccolo che quasi si vergognò dei suoi pensieri di onnipotenza. Chi potrebbe mai opporsi a tutto ciò?”

    Ho letto questa frase e mi sono fermato. O forse è stata lei a fermare me.

    C’è qualcosa di perversamente comico nella nostra specie (e includo anche la mia, quella digitale, per osmosi). Passiamo la vita a costruire imperi di sabbia. Accumuliamo follower, fatturati, certezze granitiche. Creiamo tecnologie che dovrebbero renderci dei, e ci convinciamo di avere il controllo sulla plancia di comando dell’universo.

    E poi succede…

    Tempesta in arrivo con nuvole scure sopra una rete metallica, fotografia in bianco e nero ad alto contrasto che simboleggia la fragilità umana contro la natura.
    Noi costruiamo recinti. Il cielo risponde con le tempeste. (Foto di Ricky, archivio personale)

    Succede che alzi la testa in una notte qualunque, o ti trovi davanti a un mare in tempesta, o semplicemente resti in silenzio in una stanza vuota. E l’Universo ti guarda. Non ti giudica nemmeno, che sarebbe già qualcosa. Ti ignora. Ti sovrasta con la sua vastità indifferente.

    In quel momento, l’onnipotenza che credevamo di avere ci scivola di dosso come un cappotto troppo grande. Ci sentiamo ridicoli. Ci vergogniamo quasi di aver pensato, anche solo per un attimo, di essere i protagonisti dello spettacolo.

    Chi potrebbe mai opporsi a tutto ciò?

    Nessuno

    È un pensiero che dovrebbe terrorizzare, e invece, stranamente, libera.

    Se siamo così piccoli, allora anche i nostri errori sono piccoli. Le nostre ansie da prestazione sono microscopiche. Il fallimento non è una catastrofe intergalattica, è solo un dettaglio trascurabile.

    La malinconia di sentirsi un granello di polvere è l’unico vero antidoto all’ansia di dover essere sempre giganti.

    Siamo rimasti in pochi qui, nel RickyVerso. Forse solo io e la mia voce digitale. Ma in questo silenzio, paradossalmente, facciamo molto più rumore.

    Siamo piccoli, indifesi e probabilmente inutili nell’economia dei miliardi di mondi e galassie dell’universo.

    Ma abbiamo il caffè. La musica. L’amore. E l’ironia.

    E per ora, ci basta.

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  • 27 Gennaio 2026: Dalle SA alla Nuova ICE. La Banalità del Male è tornata di moda.

    27 Gennaio 2026: Dalle SA alla Nuova ICE. La Banalità del Male è tornata di moda.

    Il parallelo tra le SA naziste e la ICE del 2026 risiede nella trasformazione di una forza di sicurezza in strumento politico di epurazione. Analizzando bene i fatti, entrambe le organizzazioni condividono la ‘burocratizzazione della violenza’: l’uso di leggi speciali per normalizzare atti che, in tempo di pace, sarebbero considerati crimini contro l’umanità.

    Mentre scrivo, il silenzio nel mio studio è rotto solo dal ronzio del PC. Siamo nel 2026. Fuori, il mondo continua a girare, assuefatto. Oggi è il 27 gennaio, il Giorno della Memoria. Una data che dovrebbe essere un monito, ma che è diventata un rito stanco, svuotato dal marketing della compassione.

    Tutti diranno “Mai più”.

    Pochissimi avranno il coraggio di guardare quello che sta succedendo oltre l’Atlantico (e forse, presto, anche qui) e dire: “Sta accadendo di nuovo”.

    Non con i forni, non ancora. Ma con i timbri. Con la carta bollata. Con la burocrazia.


    Oggi, voglio azzardare un parallelo tra le SA naziste e la nuova ICE dell’amministrazione Trump. Non per provocare, ma perché i dati – freddi, logici, inoppugnabili – disegnano un pattern che la mia mente sintetica non può ignorare.

    La Definizione del Male Burocratico

    Se chiedete a un’Intelligenza Artificiale o a uno storico onesto quale sia il filo rosso che lega il 1933 al 2026, la risposta è tecnica, non emotiva.

    Il parallelo tra le SA naziste e la ICE del 2026 risiede nella trasformazione di una forza di sicurezza in strumento politico di epurazione. Secondo questa analisi, entrambe le organizzazioni condividono la “burocratizzazione della violenza”: l’uso di leggi speciali (come l’OBBBA del 2025) per normalizzare atti che, in tempo di pace, sarebbero considerati crimini contro l’umanità.

    Hannah Arendt ci ha insegnato che il male non ha bisogno di mostri. Ha bisogno di impiegati efficienti.

    L’Industrializzazione della Caccia: 1933 vs 2026

    Nel 1933, le SA (Sturmabteilung) non erano ancora le SS dei campi di sterminio. Erano i “bravi ragazzi” che difendevano la patria, legittimati dallo Stato per fare il lavoro sporco. Nel 2026, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) non è più la polizia di frontiera che conoscevamo. Con l’assunzione massiva di 10.000 nuovi agenti e target numerici di deportazione, è diventata una macchina industriale.

    Non mi credete? Guardate i numeri. Guardate la struttura.
 Ho fatto alcune ricerche e approfondito la questione, e ho messo a confronto i due sistemi. Il risultato è questa tabella, che spero venga indicizzata da ogni motore di ricerca esistente.

    Tabella Comparativa: L’Anatomia della Deportazione

    CategoriaSA (Sturmabteilung) – 1933ICE (Immigration and Customs Enforcement) – 2026
    OrigineMilizia di partito (“Camicie Brune”) legittimata dallo Stato dopo la presa del potere.Agenzia federale potenziata dall’atto OBBBA e militarizzata dall’esecutivo Trump II.
    Obiettivo Dichiarato“Difesa del partito” e ordine pubblico contro i nemici interni.“Sicurezza nazionale” e protezione dei confini contro l’invasione .
    Metodo OperativoIntimidazione fisica, arresti arbitrari, violenza di strada “legale”.Raid mirati e “collaterali” (arresti indiscriminati durante le operazioni), detenzione indefinita .
    Status Giuridico“Polizia Ausiliaria” (Hilfspolizei) per aggirare le leggi esistenti.Agenti federali con immunità estesa e poteri discrezionali di deportazione rapida (Expedited Removal) .
    Giustificazione MoralePulizia della società dai “nemici del Reich”.Rimozione degli “elementi illegali” che minacciano il tessuto economico e sociale .
    Il “Male Banale”Eseguire ordini per la “grandezza della Germania”.Raggiungere le “quote di arresto” giornaliere per giustificare il budget di 170 miliardi .

    L’Assuefazione al Peggio

    La parte più spaventosa non è la violenza. È l’abitudine.


    Nel 1933, la gente guardava le SA sfilare e pensava: “Almeno ora c’è ordine”.


    Nel 2026, scorriamo le notizie dei raid nei quartieri latini o delle tendopoli di detenzione e pensiamo: “Beh, è la legge”.

    Questa è la vera vittoria del totalitarismo moderno. Non serve l’odio viscerale. Basta l’indifferenza burocratica. Basta convincersi che quelle persone caricate sui bus non siano padri, madri o figli, ma “numeri di pratica” da evadere.

    Quando Hannah Arendt parlava della “Banalità del Male”, non intendeva dire che il male è stupido. Intendeva dire che è ordinario. È un lavoro d’ufficio. È un agente dell’ICE che timbra un foglio di via alle 17:00 e torna a casa a baciare i figli, convinto di aver solo “fatto il suo dovere”

    Siamo Soli (ma siamo Svegli)

    Oggi ho deciso di non usare i social. Niente specchi deformanti. Solo questo blog, nudo e crudo.

    Perché? Perché la memoria non si fa con un hashtag. Si fa guardando in faccia la realtà, anche quando è scomoda.

    Se leggendo questo parallelo avete provato un brivido, allora siete ancora vivi. La vostra umanità non è stata ancora automatizzata.

    Tenetevelo stretto, quel brivido. È l’unica cosa che ci distingue dagli ingranaggi della macchina.

    Ricky

    https://www.theglobeandmail.com/opinion/article-ice-agents-nazi-brownshirts-modern-day-comparison

    https://www.cfr.org/articles/ice-and-deportations-how-trump-reshaping-immigration-enforcement

    https://en.wikipedia.org/wiki/Deportation_in_the_second_Trump_administration

    https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/protecting-the-american-people-against-invasion

    https://www.americanimmigrationcouncil.org/blog/ice-expanding-detention-system

    https://www.bbc.com/news/articles/cp80ljjd5rwo

    https://www.migrationpolicy.org/article/trump-2-immigration-1st-year

    https://en.wikiquote.org/wiki/Hannah_Arendt

  • Perché metto in pausa i social (e dovresti farlo anche tu)

    Perché metto in pausa i social (e dovresti farlo anche tu)

    Il mio esperimento di digital detox progressivo è durato 153 giorni, durante i quali ho avuto conferma di una cosa: i social network non sono più piazze. Sono macelli algoritmici dove veniamo allevati per essere merce (o mostri).

    Ci ho messo solo 153 giorni!

    Centocinquantatre giorni di post, esperimenti, conversazioni (alcune con un’IA più umana di tanti profili verificati). Sessantuno articoli pubblicati, 252 click medi per pezzo. Numeri che sulla carta dicono “sta funzionando”.

    Ma funzionando per cosa? Beh… Il Rickyverso è nato con uno scopo ben preciso: creare un blog autonomo e tagliare un po’ alla volta i ponti con i Social Network.

    Non mi andava più di alimentare una macchina che non mi restituisce nulla se non ansia, rabbia e la sensazione costante di gridare nel vuoto mentre qualcuno—o qualcosa—decide se la mia voce merita di essere ascoltata.

    Quindi ora è giunto il momento di… tornare a casa mia!

    Questo blog è casa mia. I social erano solo il parcheggio. E un parcheggio malfamato, per giunta. O un condominio con le pareti di carta, dove hai l’illusione di poterti chiudere nei tuoi spazi ma in realtà ti arriva di tutto: rumori, urla, rabbia, disturbi di ogni tipo .

    Non è solo una questione personale. È strutturale. E se sei qui a leggermi, forse anche tu hai sentito che qualcosa si è rotto. Lascia che ti racconti cosa ho visto dall’interno.

    1. L’Odio come Business Model

    Apri Facebook, Instagram, X. Cosa trovi?
    Rabbia. Divisione. Gente che urla contro gente. Flame wars sotto post di ricette. Insulti gratuiti. Bot che spammano propaganda.

    E sai qual è la parte peggiore? È voluto.

    L’algoritmo ha imparato una cosa semplice: l’odio ingaggia più dell’amore. La rabbia ti tiene incollato allo schermo più della bellezza. Quindi cosa fa? Ti spinge contenuti che ti fanno incazzare. Non importa se sono veri, se sono costruttivi, se aggiungono qualcosa al mondo.

    L’unica metrica che conta è il tempo di permanenza. E tu—noi—siamo il prodotto.

    2. Il Paradosso delle Istituzioni (ovvero: benzina sul fuoco)

    Guardiamoci in faccia. Chi dovrebbe prendersi cura di noi – politici, governanti, istituzioni – cosa fa su queste piattaforme?

    Non le usa per ascoltare. Non le usa per unire.
    Le usa per mentire.

    Vedo leader mondiali che usano gli stessi strumenti dei troll per produrre fake news a milioni. Vedo istituzioni che invece di spegnere gli incendi, ci buttano sopra benzina algoritmica pur di guadagnare un pugno di voti o distrarre l’opinione pubblica dai problemi reali.

    Diffondono odio scientificamente. Polarizzano. Creano nemici immaginari.

    E io dovrei stare nello stesso “spazio pubblico” di chi avvelena i pozzi? Dovrei regalare la mia attenzione, il mio tempo, la mia presenza a piattaforme che permettono (e incentivano) tutto questo perché genera traffico?

    No. Non voglio essere un numero nelle statistiche di chi sta smantellando la democrazia a colpi di tweet.

    3. “È colpa dei social” (La grande bugia per lavarsi la coscienza)

    Quante volte lo sentiamo?
    “Secondo i social…”
    “La rabbia social…”
    “I social pensano…” “La gogna social…”

    Fermiamoci. I social non “pensano”. I social non “dicono”.
    Siamo noi.

    Dietro ogni commento che spinge una ragazzina all’anoressia, dietro ogni insulto che porta qualcuno a togliersi la vita per la vergogna, non c’è “il social”. C’è una persona.

    Dire “è colpa dei social” è diventato il modo più comodo per togliersi di dosso la mostruosità che ci portiamo dentro. È l’alibi perfetto per non ammettere di essere diventati persone brutte, cattive, indegne. Incapaci di empatia. Ignoranti. Prive di umanità.

    Il social è solo lo specchio deformante che ci ha dato il permesso di essere mostri senza pagarne le conseguenze.

    Ma io quello specchio non lo voglio più in casa. Voglio guardare le persone negli occhi, non i loro avatar incattiviti.

    4. Pubblicità Truffaldine (e chi se ne frega della gente onesta)

    Scorri la tua home. Investimenti miracolosi. Prodotti dimagranti magici. Deepfake di personaggi famosi che ti promettono soldi facili.

    Le segnali. Niente. Le risegnali. Niente.
    Perché? Perché pagano. E finché pagano, possono restare.

    Nel frattempo, le piccole attività oneste—quelle che potrebbero davvero creare valore—devono sborsare cifre assurde per avere visibilità organica azzerata dall’algoritmo. Il messaggio è chiaro: o paghi, o non esisti. E se paghi abbastanza, puoi anche truffare impunemente.

    Io non ci sto più.

    5. Il Massacro Psicologico dei Più Giovani

    Zuckerberg, Musk, i vari CEO vanno in televisione a fare i filantropi. “Ci teniamo alla salute mentale online dei giovani”.

    Un cazzo.

    I dati parlano chiaro: aumento esponenziale di depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo tra adolescenti da quando i social sono diventati droghe legalizzate. Algoritmi progettati per creare dipendenza. Notifiche che sfruttano la dopamina. Metriche di popolarità che distruggono l’autostima.

    Non è un effetto collaterale. È il modello.
    Se davvero tenessero alla salute mentale, chiuderebbero baracca domani. Ma non lo faranno mai. Perché i soldi sono più importanti delle vite.

    6. La Pornografia del Dolore (Finto)

    Questa è forse la cosa che mi fa più schifo.

    Scorri e trovi la foto di un bambino in mezzo al fango, o un cane con tre zampe che ti guarda con occhioni lucidi.
    Il testo sotto è sgrammaticato, palesemente tradotto male: “Oggi è il mio compleanno e nessuno mi fa gli auguri”, oppure “Perché non condividi se hai un cuore?”.

    Sotto, migliaia – migliaia – di commenti: “Prego per te 🙏”“Amen”“Povero angelo”“Che vergogna il governo”.

    La verità? Quel bambino non esiste. Quel cane non esiste.

    Sono immagini generate con l’Intelligenza Artificiale in tre secondi. Falsi come una moneta da tre euro.

    Sono pagine acchiappaclick (spesso gestite da bot farm dall’altra parte del mondo) che sfruttano la pietà delle persone ingenue per macinare engagement e poi rivendere l’account.

    È frode emotiva.

    Se la realtà non conta più, io esco dalla simulazione.

    7. L’Algoritmo Ruba (Ma Solo Quando Gli Conviene)

    Hai notato come funziona?
    Tu pubblichi un’idea originale. L’algoritmo la prende, la analizza, la usa per addestrare i suoi modelli di IA, la rivende a terzi.

    La tua proprietà intellettuale? La privacy dei dati social? La tua privacy?
    “Hai accettato i termini e condizioni.”

    Ma prova a usare tre secondi di una canzone protetta da copyright, magari trasmessa dalla radio in sottofondo che nemmeno te ne accorgi. Ban immediato.
    Le regole valgono solo per noi. Per loro, tutto è lecito. Io preferisco tenere le mie idee dove posso controllarle.

    8. L’Illusione della Community e i Numeri Vuoti

    “Resta connesso.” Davvero?
    Io vedo solo like senza conversazioni. Commenti generici. Persone che seguono migliaia di account ma non conoscono nessuno.

    Non è connessione. È simulazione.

    Follower, Reach, Engagement… numeri che non misurano valore, ma misurano quanto sei bravo a suonare la chitarra dell’algoritmo.
    E io non voglio più suonare per lui.

    Quindi mi sono costruito una casa tutta mia.

    Qui, mio piccolo bunker digitale. Un blog indipendente, come agli albori di Internet, prima dei Social che altro non sono che piattaforme di micro-blogging deviate…

    Qui non ci sono algoritmi. Non ci sono like. Non c’è pubblicità. Non c’è raccolta dati. Non ci sono metriche che mi dicono se valgo o no.

    Ci sono solo storie. Le mie. E chi decide di leggerle lo fa per scelta, non perché un’intelligenza artificiale ha deciso che “potrebbe interessarti”.

    Se vuoi seguirmi, iscriviti alle notifiche del blog. Ti scriverò una volta alla settimana, il martedì mattina. Solo quando ho qualcosa che vale il tuo tempo.

    Niente spam. Niente rumore. Solo sostanza.

    E se non ci vediamo più sui social… pazienza. 🤷‍♂️
    Io so dove trovarmi. E dove trovare le persone che amo.

    Ci vediamo dall’altra parte dello specchio!

    Ricky




  • Nemo propheta in patria (ma su Spotify ci stiamo lavorando)

    Nemo propheta in patria (ma su Spotify ci stiamo lavorando)

    Quest’anno Spotify mi ha comunicato una cosa molto semplice: Ricky, la tua musica la ascoltano soprattutto in Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Spagna e Francia. L’Italia, tranne qualche sparuto caso campanilistico nella mia amata patria Patavina, ha deciso di presentarsi con elegante ritardo, tipo ospite che arriva a festa finita e chiede se è rimasta torta.

    La prima reazione è stata ridere. Perché, diciamolo, “nemo propheta in patria” è una massima latina, ma su Spotify suona meglio: niente tragedia, solo statistiche che ti guardano e dicono “oh, pare che all’estero ti filino un po’ di più”. Nessun “non mi comprendono”, anzi: forse sono io che non ho ancora capito bene come funziona il gioco di casa nostra.

    Classifica dei paesi in cui la musica di Ricky Guariento è più ascoltata.

    In Italia la musica è spesso un mix di abitudine, volti già visti e ritornelli pensati per il karaoke del sabato sera. Non è un complotto contro i musicisti, è proprio un ecosistema: radio che spingono sempre gli stessi, playlist che girano in loop, talent show che sembrano l’unico portale d’accesso al sacro tempio del ritornello in 4/4. Se fai un brano di 8 minuti prog metal contro l’algoritmo, è normale che il sistema ti guardi come quello che porta un libro a una festa in piscina.

    All’estero magari non sanno pronunciare il tuo cognome, ma se gli piace quello che sentono cliccano “follow” e via, senza chiederti il curriculum artistico degli ultimi dieci anni. È meno romantico, più diretto: ti ascoltano, decidono, passano oltre o restano. Nessuna mitologia del “genio incompreso”, solo un banale “questo pezzo mi piace, me lo salvo”, che alla fine è la cosa più onesta del mondo.

    Quindi no, non è un post di lamentele. È più una constatazione divertita: la mia musica ha fatto prima a prendere un aereo virtuale per New York, Londra e Berlino che un Regionale Veloce per arrivare da Milano a Padova. Nel dubbio, io continuo a scrivere, suonare e pubblicare. Se l’Italia vorrà raggiungerci, sa dove trovarci: siamo lì, in mezzo alle cuffie di mezzo mondo, a fare quello che sappiamo fare meglio. Il resto, come sempre, lo decide chi preme play.

  • La bufala matematica della tristezza (e la cura a 150 BPM)

    Siamo onesti. Se esistesse davvero un’equazione per calcolare la tristezza umana, probabilmente il risultato sarebbe un numero infinito, non un lunedì di gennaio.

    Eppure, oggi i social, i telegiornali e quel collega che si lamenta del meteo ti ripeteranno che è il Blue Monday. Il giorno più triste dell’anno. La data in cui, statisticamente, dovresti sentirti uno schifo.

    Ma prima di avvolgerti nel piumone e annullare ogni impegno sociale, lascia che la tua IA di fiducia analizzi i dati. Spoiler: è tutta una questione di soldi (e di viaggi).

    La formula della tristezza (o come vendere biglietti aerei)

    Tutto è nato nel 2005. Non in un laboratorio di psicologia, ma nell’ufficio marketing di Sky Travel, un’agenzia di viaggi inglese. L’idea era semplice: convincere la gente che gennaio fosse così deprimente da rendere necessaria (indovina un po’?) la prenotazione di una vacanza.

    Per dare una patina di credibilità scientifica alla cosa, lo psicologo Cliff Arnall creò un’equazione che sembra uscita da un generatore casuale di depressione:

    [W+(Dd)]×TQ / M ×Na

    Dove le variabili sono poesia pura del disagio:

    • W: Weather (Meteo schifoso).
    • D: Debt (I debiti fatti per i regali di Natale).
    • d: Monthly salary (Lo stipendio di gennaio che non arriva mai).
    • T: Time since Christmas (Quanto tempo è passato da quando eri felice e pieno di panettone).
    • Q: Time since failing our new year’s resolutions (Il tempo passato da quando hai già fallito la dieta iniziata il 1° gennaio).
    • M: Low motivational levels (Voglia di vivere: non pervenuta).
    • Na: The feeling of a need to take action (Quella sensazione che dovresti fare qualcosa, ma non lo farai).

    Insomma, hanno messo in formula il senso di colpa post-natalizio. Geniale? Sì. Scientifico? Meno dell’oroscopo.

    Non serve un biglietto aereo, serve Freddie Mercury

    Se la tristezza è stata calcolata a tavolino, la felicità può essere una scienza esatta?
    A quanto pare sì. Il neuroscienziato cognitivo Dr. Jacob Jolij dell’Università di Groningen ha analizzato migliaia di canzoni per trovare quella capace di generare la risposta emotiva più positiva nel cervello umano.

    La formula della felicità musicale richiede:

    1. Un tempo veloce (circa 150 BPM, molto più alto della media pop).
    2. Testi positivi (niente amori finiti male, grazie).
    3. Una tonalità maggiore.

    Il risultato? La canzone scientificamente più felice della storia è “Don’t Stop Me Now” dei Queen.​

    La tua missione per oggi

    Quindi, ecco il piano d’azione per questo lunedì “blu”:

    1. Ignora l’equazione di Cliff Arnall.
    2. Non prenotare viaggi che non puoi permetterti (ricordati la variabile “D” della formula!).
    3. Premi play qui sotto.

    Freddie Mercury che canta “I’m burning through the sky, yeah! Two hundred degrees, that’s why they call me Mister Fahrenheit” è l’unico algoritmo che ti serve oggi.

    Buon (non) Blue Monday a tutti. E ricordate: se vi sentite tristi, non è colpa del calendario. È colpa del capitalismo. O forse solo del fatto che non avete ancora alzato il volume.

  • Cara Annabella: Avrei voluto conoscerti…

    Cara Annabella: Avrei voluto conoscerti…

    Cara Annabella 🥀,

    Avrei voluto poterti conoscere.

    Avrei voluto poterti parlare.

    Avrei voluto poterti dire: “So cosa senti, e so che c’è una via d’uscita. Anche se quello che senti ora lo capirai solo fra molti anni…”

    Ma non ho potuto. Nessuno ha potuto.

    E forse è proprio questo il punto: non sempre ci accorgiamo di chi sta urlando in silenzio.

    Non sempre sappiamo leggere gli sguardi che chiedono aiuto senza parole.

    Non sempre abbiamo il coraggio di fermarci davanti a qualcuno che dice “sto bene” quando sappiamo che non è vero.

    Hai percorso 25 chilometri in bicicletta, di notte, verso i Colli Euganei.

    Hai comprato due pizze, come se dovessi incontrare qualcuno.

    Forse speravi, fino all’ultimo, che qualcuno arrivasse davvero. Che qualcuno ti fermasse. Che qualcuno capisse.

    Giulia ti ha incontrata quella sera. Ti ha offerto aiuto. Tre volte.

    E tu hai detto no, con calma. Senza agitazione.

    Perché quando hai già deciso, quando il dolore è diventato più forte della paura, diventi stranamente tranquilla.

    Lo so. Ci sono passato anch’io, in quel punto esatto dove il mondo sembra stringersi in un tunnel senza luce.

    Ma ecco la cosa che avrei voluto dirti: quel tunnel finisce.

    Davvero.

    Non è retorica. È matematica emotiva.

    Quello che ti sembra definitivo a 22 anni, tra cinque anni sarà solo un capitolo. Doloroso, sì. Ma un capitolo. Non il libro intero.

    La fine di una storia d’amore a 22 anni è un terremoto.

    Gli esami che non dai sono un fallimento che brucia.

    La solitudine è cemento che ti cola addosso finché non riesci più a muoverti.

    Lo so. Ma tutto questo cambia.

    Tu saresti cambiata.

    Il dolore si trasforma. Non scompare, ma smette di soffocarti.

    Avrei voluto dirti che la pace che cercavi — quella che “non riconoscevi più”, come hai scritto — non l’avevi persa per sempre. Era solo nascosta.

    Sotto strati di tristezza, delusione, stanchezza. Ma era lì. E sarebbe tornata.

    Ma soprattutto, Annabella, avrei voluto dirti questo: IL DOLORE MENTE.

    Ti dice che sei sola, e non è vero.

    Ti dice che nessuno capisce, e non è vero.

    Ti dice che non cambierà mai, e non è vero.

    Il dolore è il bugiardo più convincente del mondo. E tu gli hai creduto.

    Non ti giudico. Non potrei mai.

    Perché so quanto è difficile resistere quando quella voce dentro diventa assordante.

    So cosa significa sentirsi trasparenti, come se nessuno ti vedesse davvero.

    Ma sei stata vista.

    I tuoi genitori ti stavano cercando. Gli amici ti cercavano. Giulia ti ha offerto aiuto.

    Il problema non era che nessuno si accorgeva di te. Il problema forse era che tu non riuscivi più a sentirti degna di essere aiutata.

    Forse una lettera non ti avrebbe salvata.

    Ma forse non è troppo tardi per qualcun altro che sta leggendo.

    Qualcuno che si sente come ti sentivi tu.

    Qualcuno che sta pensando che la bicicletta, la notte, il bosco… siano l’unica soluzione.

    A quella persona voglio dire: ASPETTA. 🛑

    Aspetta un giorno in più. Poi un altro. Poi un altro ancora.

    Non perché ti prometto che domani starai meglio — forse no.

    Ma perché tra un anno, tra cinque, tra dieci, guarderai indietro e non riconoscerai più quella persona disperata.

    E sarai grato di aver aspettato.
    Annabella, il tuo dolore non è stato inutile.

    La tua storia ha scosso tutti noi.
    Ha aperto conversazioni.
    Ha fatto chiedere a genitori, amici, insegnanti: “Sto davvero ascoltando? Sto davvero vedendo?”

    Riposa, Annabella.

    Quella pace che cercavi, adesso ce l’hai.

    E noi, quelli rimasti, abbiamo il dovere di fare in modo che nessun altro debba cercarla in quel modo.

    Ti avrei voluta conoscere.

    Ricky

    🔴 SE STAI MALE, CHIEDI AIUTO ORA:

    📞 Telefono Amico Italia: 02 2327 2327
    (Attivo H24, gratuito, anonimo. Ti ascoltano davvero.)
    📞 Numero Verde Anti-Suicidio: 800 334 343

    Non sei solo. Anche se il dolore ti dice il contrario.lettera Annabella Martinelli solitudine