Vacanze: evasione dalla prigione del quotidiano o libertà vigilata?
C’è un inganno sottile nel modo in cui parliamo di vacanze. Usiamo parole da latitanti – “scappare”, “evadere”, “fuggire” – che hanno più il sapore del ferro che della salsedine.
Ma perché usiamo un vocabolario da criminali? Sembra quasi che la nostra vita sia una prigione da cui fuggire e non un’esistenza da abitare. È come se l’ordinario fosse una condanna da scontare dietro sbarre fatte di doveri e divieti, e la spiaggia diventasse una breve, illusoria libertà vigilata.
Forse è arrivato il momento di cambiare vocabolario, e con esso la prospettiva.
Non più scappare, ma scegliere un tempo diverso.
Non più evadere, ma respirare a pieni polmoni.
Non più fuggire, ma ritrovarsi.
Perché se la vacanza è l’espressione massima della libertà, allora il resto dell’anno non può essere prigionia. Dovrebbe essere l’allenamento costante a quella libertà. Solo così possiamo imparare a trovare una crepa anche nel lunedì più denso, un frammento di tramonto anche nella luce artificiale di un ufficio.
Altrimenti la verità è una sola: non siamo persone in vacanza, ma carcerati con il biglietto del treno in tasca.
Si torna in ufficio come se fosse un aeroporto intercontinentale: qualcuno atterra piano, qualcuno si schianta in pista.
I buoni propositi non li scriviamo a dicembre — troppo occupati a digerire pandori e parenti — ma ora: “Quest’anno sarò organizzato”, “Quest’anno non berrò cinque caffè al giorno”, “Quest’anno risponderò alle mail entro 24 ore”.
Illusioni, ovviamente. Ma bellissime illusioni, fresche come un’agenda appena scartata.
Il 1 settembre è la vera mezzanotte dell’anno: nessun conto alla rovescia, nessun tappo che salta. Solo la porta dell’ufficio che si apre. E un cuore che batte più forte del suono di qualsiasi fuoco d’artificio.
Ci sono luoghi che attraversiamo e ci lasciano addosso soltanto fotografie. E poi ci sono luoghi che ci abitano. Non semplici coordinate su una mappa, ma porti sicuri dell’anima: specchi in cui ritroviamo parti di noi che credevamo perdute, o che ancora speriamo di diventare. Per me, Caorle è questo.
Oggi ci sono tornato. Camminare tra i suoi viali e calli strette è stato come riaprire un dialogo interrotto: con un vecchio amico, ma soprattutto con una versione più giovane di me. Ricordo ancora il pensiero che qui, anni fa, mi attraversò come una corrente silenziosa: “Un giorno, quando andrò in pensione, verrò a vivere qui.” Fantasia estiva? Capriccio? Forse un patto. Quasi una promessa che il futuro, prima o poi, mi presenterà sotto forma di mare e orizzonte. Perché Caorle è sì un borgo di pescatori mirabilmente conservato.
Ma è soprattutto un ritmo. Il ritmo lento delle barche che sonnecchiano nel porticciolo dopo la fatica. Il sole che accarezza i muri colorati come un amante gentile. Il vento che sussurra, piegando appena le vele, sfiorando le pietre come se volesse confidare loro un segreto antico. È una tregua dal rumore del mondo.
Il Centro Storico di Caorle
Passeggiando, mi sono fermato a osservare i dettagli che solo un occhio in cerca di bellezza può trattenere: la luce che si frantuma sull’acqua del lungomare, trasformandola in un tesoro liquido e dorato; il campanile cilindrico che veglia sul mare e sul tempo stesso; la Madonna dell’Angelo, protesa come una mano fin dentro l’acqua, custode di una leggenda che sa di miracolo e di sale; i Casoni dei pescatori, sentinelle di una tradizione che resiste, come vecchi saggi che non hanno fretta di andarsene. Qui ogni angolo diventa un verso già scritto. Ogni facciata colorata è un dipinto che si contempla in silenzio. Ogni passo, parte di un poema che non ha bisogno di rime per esistere.
I Casoni dei Pescatori di Caorle riflessi sull’acqua della lagunaIl Campanile cilindrico del Duomo di CaorleLa Chiesa della Madonna dell’Angelo
Il sogno di invecchiare qui non nasce dalla resa, ma dalla scelta. La scelta di abitare una bellezza che non ha bisogno di gridare per esistere. Una bellezza che sa attendere. Che respira al ritmo del mare.
L’ Anima Marinara di Caorle
Forse tutti abbiamo una nostra Caorle.Un luogo che non è un ricordo, ma una promessa. La mia sa di sale e di reti stese ad asciugare al sole. E porta con sé l’immagine di un futuro sereno, scritto tra le onde e i colori delle case.
La Pace richiede coraggio. Il Perdono richiede forza. Eppure… ci insegnano il contrario.
I vigliacchi e i deboli dominano, imponendo la cultura dell’odio, della vendetta, del conflitto. Sono quelli che nascondono la loro fragilità dietro il potere. Sono quelli che alimentano la paura per controllare. Sono quelli che insegnano ad odiare per non essere odiati.
Si può scegliere di non essere come loro. O si può scegliere di essere loro burattini. Spesso inconsapevolmente.
Un mio post di qualche tempo fa. Drammaticamente attuale.
A volte le canzoni nascono nei posti più assurdi. Tipo la corsia dei surgelati di un supermercato. Questa è nata così, da un mal di pancia epico e dalla voglia di ridere dell’assurdità della vita. Mettete su le cuffie, alzate il volume e fate attenzione al reparto latticini. Buon ascolto!
Testo:
Son venuto per due carote, forse un po’ di pane Ma al reparto surgelati m’ha preso un mal di pancia infame. L’aria tagliava come un bisturi, i pavimenti erano laghi E il mio intestino ha fatto festa tra formaggi e salami vari.
Stringevo il carrello con le mani gelate Nel reparto latte, le mie speranze affondate
Canto il Funk del banco frigo Un freddo nemico Lo stomaco mi balla come come fossi ubriaco e svengo Congelano i piselli, ma io sto peggio Cerco il bagno come fosse un privilegio
Son venuto per dei biscotti, non per un castigo
Il freezer cantava un inno funebre, giuro era inquietante La pancetta rideva, lo yogurt faceva l'arrogante Tra le offerte e gli sconti la mia anima si perde Ho rischiato il tracollo vicino al banco delle caramelle
Perché ogni market è una landa glaciale? Anche il pane si mette il cappotto invernale
Canto il Funk del banco frigo Non è un bel gioco Congelano i filetti e il mio colon va a fuoco Dal tonno surgelato ai piselli tristi Sento i brividi più forti e pensieri pessimisti
Volevo solo un pacco di cracker, non un crollo epico
Ehi signor direttore, ma lei non ha cuore? Sto scrivendo testamento tra un’offerta e un odore Alzi la temperatura, la imploro da terra O la denuncio mentre il ghiaccio arriva fino al ginocchio!
Canto il Funk del banco frigo E zero sollievo Sto correndo tra i detersivi come un video a due per Congelano la pizza, ma il mio onore è perso Sono più fragile di un surgelato rovescio
E tutto questo per due uova e un po’ di couscous…
Sé questa canzone ti parla…ma proprio tanto, ricorda: non sei tu il problema! Sei solo vittima di un ‘sistema refrigerante perverso’.
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Ho un grosso problema. Oppure una grande fortuna. Dipende dai punti di vista. Dai momenti. Dalle situazioni. Geni vecchi di almeno 800 anni albergano allegramente nel mio DNA, retaggio di un antenato rinomato pittore e artista. Daltronde, il soprannome del ramo della famiglia da cui discendo è “Poeta”, anche se non si sa di preciso quando è stato partorito. Il problema è che questi geni sono andati completamente fuori controllo e, con l’avanzare dell’età (50!), sento sempre maggiore il bisogno di SFOGARE questa maledetta creatività che mi fa andare il cervello alla velocità della luce! Anzi, di più! Perchè a volte butto fuori cose che nemmeno ho ancora pensato! Quindi… canto, suono, compongo, produco , mixo e così via. Ma anche scrivo! Racconti, brani, pensieri personali, poesie e così via. Ma anche disegno! A china, fumetti, comics e così via. Ma adoro anche la fotografia! Bianco e nero, paesaggi, noir, ritratti, nudi artistici e… si! Così via! Una volta, da bambino, mangiavo il minestrone. Come al solito mi divertivo a creare figure usando i pezzetti di verdura di diverso colore per creare figure, disegni e così v… ehmmm… e via dicendo! Avevamo degli ospiti, per cui mio padre (i geni artistici l’hanno saltato con un triplo carpiato con avvitamento…) ha cominciato a sgridarmi di brutto che non si gioca con il cibo, che bla bla bla… Uno degli invitati, che mi osservava da un po’, lo ha guardato e ha ribattuto: “Lascialo stare! Non vedi che hai un artista in casa? Anche mentre mangia crea…” Ok, tutto bello? NO! Per colpa di questi maledetti Social! Fantastici per diffondere l’Arte, in grado di dare una visibilità senza precedenti! Ma ad una condizione: Canti? Puoi cantare e basta, non azzardarti a fare altro. Suoni? Bravissimo! Continua a farlo e a fare solo quello! Scrivi una canzone Metal Prog? Ci sta, ma se quella dopo è un Funky Jazz, sei una merda. E se fai musica, non puoi essere uno scrittore! E se sei un illustratore non credere di poter fare anche foto. Perchè? Ma perchè sennò l’algoritmo fa confusione, poverino! E se fa confusione, ti penalizza e non fa vedere nulla di quello che fai. Proprio come la maggior parte degli esseri umani, conformati e conformisti e guai ad uscire dal seminato. Quindi sapete dico? ALGORITMO! PRRRRRRRRRRRR! VATTELO A PIJA’ IN… ok, avete capito.
Bene. Questa ora è casa mia e anche il dominio è mio. Quindi faccio quel cavolo che mi pare. Scrivo per chi ama leggere, non scrollare. Faccio musica per chi ama ascoltare, non solo sentire in sottofondo. Disegno per dare forza alle mie idee e ai miei pensieri, non per colorare. Fotografo per catturare attimi pesanti, non bocche a culo di gallina. Se vi piace bene… Altrimenti andate anche voi assieme all’algoritmo.
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