Marghera: 37 ingegneri a casa. E l’Italia ancora a discutere di cookie.
L’AI non ci ruba il lavoro. Siamo noi che lo stiamo regalando.
Qualche settimana fa, dall’altra parte dell’oceano, è successa una cosa che in Italia non avrebbe mai potuto succedere. Non perché gli italiani non ne siano capaci — ma perché di solito qualcuno li ferma prima.
Dario Amodei, CEO di Anthropic — l’azienda che ha creato Claude, uno dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati al mondo — ha ricevuto una richiesta dal Pentagono: usare la sua AI senza restrizioni, sorveglianza di massa dei cittadini americana inclusa. La risposta è stata semplice, pubblica e senza diplomazia: no.
Trump ha risposto bannando Anthropic da tutte le agenzie federali. Amodei, nel memo ai dipendenti, ha spiegato la situazione senza giri di parole: la loro colpa era non aver offerto lodi “in stile dittatore” come altri avevano fatto.
Benvenuti nel 2026. Questa è la temperatura dell’acqua in cui stiamo nuotando.
Un figlio di un artigiano toscano, in mezzo a tutto questo.
Quello che mi colpisce di Amodei non è solo il coraggio di dire no al potere. È la storia che c’è dietro.
Suo padre è di Massa Marittima. Un artigiano della lavorazione della pelle che ha portato la famiglia in America. Dario ha studiato fisica, poi biofisica, poi è diventato vicepresidente della ricerca in OpenAI, poi ha fondato Anthropic con sua sorella Daniela. Due figli di un artigiano toscano che hanno costruito una delle tre intelligenze artificiali più potenti del pianeta.
Potevano farlo qui? No. E lo sappiamo tutti, anche se fa male dirlo.
Qui dove ci vogliono anni di permessi per un pannello solare, dove l’innovazione viene trattata come una minaccia da imbrigliare piuttosto che come un treno su cui salire. Qui dove il massimo utilizzo pubblico dell’AI è stato trasformare Carlo Conti in una papera durante Sanremo.
Ecco perché mi sta simpatica Claude più delle altre AI: non per i benchmark. Ma perché dietro c’è qualcuno che, quando il potere gli ha detto “fai questo o ti distruggo”, ha risposto di no. In un mondo in cui tutti corrono a farsi fotografare con chi ha un ufficio a Washington, questo conta.
Poi arriva martedì mattina. E la realtà ti chiama.
Mentre Amodei combatteva il Pentagono, a Marghera — nell’area metropolitana di Venezia — una società americana di nome InvestCloud avviava la procedura di licenziamento collettivo per tutti i 37 dipendenti della sede italiana.
Non qualcuno. Non una ristrutturazione parziale. Tutti. L’intera sede, azzerata.
Non perché lavorassero male. Non perché l’azienda fosse in crisi — il fatturato italiano era a 9,9 milioni, andavano alla grande. La motivazione scritta nella lettera ai sindacati parla di un nuovo modello organizzativo “centrato su soluzioni basate sull’intelligenza artificiale” che “non prevede il mantenimento di strutture locali autonome”.
Traduzione: una AI Pro da 1000€ al mese fa il loro lavoro meglio, più in fretta, senza contributi INPS, senza ferie, senza Ferragosto.
E non erano cassieri o magazzinieri: erano sviluppatori, ingegneri, informatici. Gente che aveva investito tutto nella formazione tecnica perché qualcuno gli aveva promesso che era la scelta blindata. Quella che garantisce il futuro.
Lavoro in un’azienda a contatto stretto con la realtà manifatturiera. Vedo ogni giorno come cambia il mondo produttivo: software, automazione, ottimizzazione. L’AI non è un concetto astratto per me — è già lì, già decide cose, già fa cose che una volta facevano le persone. Ma quello che è successo a Marghera è diverso. È una storia di resa strategica di un paese intero.
Le AI che hanno sostituito quei 37 ingegneri non le abbiamo costruite noi. Le hanno costruite gli americani. Noi le compriamo, le applichiamo, e poi ci stupiamo se il valore creato torna a San Francisco invece di restare a Marghera.
Il lavoro che l’AI (ancora) non riesce a toccare
Prima di cedere al panico, però, vale la pena guardare anche l’altra faccia della medaglia. Perché non tutto sparirà. E non è solo ottimismo da weekend.
La professoressa Baobao Zhang, che insegna politiche dell’AI alla Syracuse University, mette in cima alla lista dei lavori “invulnerabili” gli operai specializzati: elettricisti, idraulici, installatori di impianti fotovoltaici, tecnici di turbine eoliche. La ragione è semplice: un robot non entra nel sottotetto di una casa degli anni ’70 a sistemare un tubo che perde. Ogni impianto è diverso, ogni situazione richiede adattamento in tempo reale — e le macchine, per ora, in ambienti caotici e imprevedibili fanno ancora fatica.
Subito dopo vengono i lavori di cura: infermieri, educatori, insegnanti, psicologi. Non perché siano meno “tecnici”, ma perché richiedono qualcosa che nessun algoritmo riesce a simulare davvero: presenza, empatia, fiducia. Il World Economic Forum lo conferma: in un mondo guidato dall’AI, le competenze umane — creatività, giudizio etico, connessione emotiva — diventano più preziose, non meno.
E poi c’è la manifattura avanzata, settore in cui l’Italia ancora eccelle. I ruoli specializzati, quelli che richiedono supervisione umana su processi complessi, sono tra i più difficili da automatizzare. Ironia della sorte: il paese che non riesce a costruire un’AI potrebbe salvarsi proprio grazie a chi sa ancora lavorare con le mani e la testa insieme.
Geoffrey Hinton, il “padrino dell’AI”, ha detto una cosa che mi è rimasta in testa: i lavori fisici, in futuro, saranno più sicuri del “lavoro intellettuale di routine”. Cioè il problema non è fare cose difficili con il corpo — è fare cose facili con la testa. Quelle le automatizzi in cinque minuti.
Cosa ci manca davvero (e fa più paura dell’AI)
Le soluzioni esistono. Sono esattamente quelle che questo paese tratta come utopia:
• Energia. I data center che fanno girare queste AI consumano come città intere. Noi non riusciamo a costruire un impianto rinnovabile senza anni di iter burocratici.
• Formazione vera. Non i corsetti da 24 ore del PNRR: un piano nazionale che insegni a milioni di persone a lavorare con l’AI invece di farsi sostituire da lei.
• Smettere di regolamentare l’innovazione come se fosse un virus. USA e Cina stanno correndo la quarta rivoluzione industriale. Noi stiamo ancora discutendo dei cookie.
• Scegliere da che parte del tavolo stare. Consumatori passivi di tecnologia altrui, o costruttori attivi di qualcosa di nostro. Non esiste una terza opzione confortevole.
Un ultima cosa
I 37 di Marghera non sono una statistica. Sono il segnale di partenza di qualcosa che arriverà — e sta già arrivando — in ogni settore, in ogni ufficio, in ogni città.
Dall’altra parte dell’oceano, il figlio di un artigiano di Massa Marittima ha appena detto no al Pentagono. Qui stiamo ancora aspettando che qualcuno ci spieghi come funziona il PNRR.
Non è l’AI che ci sta rubando il lavoro. Siamo noi che lo stiamo regalando — con metodo, con continuità, e con una precisione che quasi fa invidia.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
