Numero 50 tridimensionale per celebrare i 50 anni di Apple. Il numero 5 è in alluminio spazzolato, mentre lo zero è sostituito dall'iconico logo della mela morsicata luminosa, su uno sfondo tecnologico con eleganti sfumature Bondi Blue.
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Mezzo secolo di Mela: dal mio “Grande Puffo” all’iPhone, passando per i flop più belli della storia

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Oggi Apple compie 50 anni. E io mi ritrovo a scrivere questo pezzo con quella strana sensazione che si prova quando un amico vecchissimo — uno di quelli con cui hai litigato, ti sei riconciliato, che ti ha fatto fare cose bellissime e qualche volta ti ha deluso — soffia le candeline su una torta che non ti aspettavi fosse così grande.

Il 1° aprile 1976. Sì, il pesce d’aprile. Nel garage dei genitori di Steve Jobs a Los Altos, California, tre tipi — un visionario, un ingegnere geniale e un terzo che mollò quasi subito cedendo le sue quote per una manciata di dollari, uno di quei sliding doors che ti fa venire il mal di stomaco solo a pensarci — firmarono i documenti di nascita di Apple. Non sapevano, o forse sì, che stavano cambiando tutto. Proprio tutto.

Il mio Grande Puffo e la tela già pronta

Io con Apple ho un conto in sospeso. Un conto affettivo, il tipo più difficile da saldare.

Il mio primo incontro si chiama “Grande Puffo”. Non l’omino blu dei fumetti, anche se la metafora regge benissimo: piccolo, colorato, leggermente sopra le righe e con un’attitudine a vivere in comunità. Era un iMac G3, color Bondi Blue. Jobs aveva scelto quel blu ispirandosi alle acque di Bondi Beach, in Australia. Fine anni ’90, e quel computer traslucido e tozzo, che sembrava uscito da un cartone animato giapponese invece che da una fabbrica di tecnologia, era lì sulla mia scrivania a dirmi una cosa sola: l’informatica non deve fare schifo visivamente.

In un mondo dove i PC avevano la stessa estetica di un raccoglitore dell’ufficio imposte, “Grande Puffo” era una dichiarazione d’intenti. Una sberla gentile in faccia al grigiore del mondo tech.

Ma la cosa che mi ha davvero stregato non era la plastica colorata. Era accenderlo. Trovare già lì, senza cercare, senza installare niente, senza impazzire con driver e codec sbagliati, un arsenale creativo pronto all’uso: software per la musica, per le foto, per il video. Quello che sarebbe diventato l’ecosistema iLife — iMovie, iPhoto, GarageBand — era già lì che mi aspettava come una tela già intelaiata, con i pennelli puliti sul bordo e i colori aperti. Per uno come me, per chiunque abbia dentro una scintilla creativa che aspetta solo di non essere soffocata dalla burocrazia tecnica, è stato un boost clamoroso. Non dovevo imparare la macchina: potevo direttamente fare cose. E successivamente anche in mobilità con “Biondino“.

La mela ha sempre morsicato la storia

C’è qualcosa di potente nel simbolo che Jobs e Wozniak hanno scelto. La mela non è un logo neutro. È un archetipo. Attraversa la storia umana con una prepotenza quasi sfacciata: il frutto proibito dell’Eden, la tentazione originale, la conoscenza che ti cambia per sempre. La gravità di Newton — la leggenda vuole che gli cadesse in testa, probabilmente non è andata esattamente così, ma la narrativa è bellissima. La mela avvelenata, il mito.

Quando Rob Janoff disegnò il logo nel 1977, il morso lo aggiunse per un motivo pragmaticamente ridicolo: evitare che la mela venisse confusa con una ciliegia. Eppure, senza saperlo, aveva creato il gioco di parole più elegante dell’era digitale: bite (morso) e byte (l’unità di misura dell’informatica). La poesia è spesso involontaria. I migliori simboli anche.

I flop più belli che il mondo non meritava ancora

Ora, però, parliamo delle cadute. Perché Apple non è solo la storia dei trionfi, ed è giusto dirlo.

Apple Lisa, 1983. Un computer con interfaccia grafica avanzata, mouse, cartelle. Roba rivoluzionaria. Prezzo: quasi 10.000 dollari. Fallimento commerciale totale. Non perché fosse sbagliata — era giustissima. Era solo arrivata in un mondo che non aveva ancora capito di averne bisogno.

Newton MessagePad, 1993. Un palmare con riconoscimento della scrittura. L’idea di scrivere a mano su uno schermo e vederla convertita in testo. I Simpson ci fecero una parodia feroce. Sapete cosa è diventato, trent’anni dopo? Ogni tablet che usate ogni giorno. Ogni Apple Pencil su ogni iPad.

Chiamarli flop è tecnicamente corretto. Ma è come dire che Nikola Tesla era un perdente perché non riusciva a monetizzare le sue idee. Certi prodotti non falliscono perché sono brutti: falliscono perché il mondo non li ha ancora raggiunti.

Le rivoluzioni (quella vera e quella che sembra ovvia ma non lo era)

Poi ci sono i momenti in cui tutto cambia davvero. Non in modo silenzioso — in modo fragoroso, irreversibile.

  • Il Macintosh, 1984: Il mouse, l’interfaccia grafica, la tecnologia per le masse. Prima era tutto per ingegneri. Dopo, era per chiunque avesse voglia di capire.
  • L’iMac G3, 1998: Il mio Grande Puffo. Ha eliminato il floppy disk senza chiedere permesso, ha abbracciato l’USB quando non lo voleva nessuno, ha dimostrato che un computer poteva essere un oggetto di desiderio.
  • L’iPod, 2001: Mille canzoni in tasca. E con quelle mille canzoni, ha iniziato a smontare l’industria discografica pezzo per pezzo.
  • L’iPhone, 2007: Ecco, qui mi fermo un secondo. Perché l’iPhone in realtà non ha inventato nulla di tecnologicamente inedito, se ci pensate. Esistevano già i palmari, esistevano già i telefoni con Internet. Ma vi ricordate quanto era frustrante navigare con un BlackBerry? Quella trackball minuscola, quelle pagine web che sembravano viste attraverso un oblò microscopico, quella sensazione continua di lottare contro la macchina invece di lavorarci insieme? L’iPhone non ha inventato la ruota: ha solo deciso che la ruota doveva essere rotonda per davvero. Ha reso tutto fluido, naturale, umano. E questo, alla fine, è il cambiamento più difficile da fare e quello che lascia il segno più profondo.

I numeri della noia (quella buona)

C’è un aspetto che chi ama davvero la tecnologia — non per feticismo, ma per quello che permette di fare — finisce per apprezzare in silenzio: l’affidabilità.

Apple costruisce hardware e software insieme, come un’unica cosa. Il famoso “giardino murato” tanto criticato. Ed è proprio quel controllo totale che genera i numeri contenuti nel report State of Digital Workspace 2026 di Omnissa, uscito a fine marzo. Dati d’ambiente aziendale, ma estremamente eloquenti:

  • I PC Windows subiscono spegnimenti forzati 3,1 volte più spesso dei Mac
  • Le applicazioni su Windows vanno in crash 7,5 volte di più rispetto a macOS
  • iOS si aggiorna 8,1 volte più velocemente di Android

Possiamo discutere di libertà di scelta, di ecosistemi aperti, di tutto quello che volete. Ma quando devo lavorare — e ancora di più quando devo creare — non ho voglia di fare il tecnico sul mio stesso computer.

Cinquant’anni e un morso ancora fresco

Mezzo secolo fa, tre ragazzi in un garage avevano un’idea semplice e devastante: la tecnologia doveva essere uno strumento per gli esseri umani, non il contrario. Hanno perso la strada qualche volta, sono caduti, sono stati buttati fuori dalla loro stessa creazione e ci sono tornati dentro dalla finestra.

Ma il filo rosso non si è mai spezzato.

Nel RickyVerso giro spesso intorno a questa idea: cerco la bellezza, ovunque. E se non la trovo, la creo. Jobs quella frase non l’ha mai pronunciata, ma l’ha vissuta ogni giorno che è andato in ufficio. Ha preso circuiti stampati, vetro e alluminio, e ci ha messo dentro qualcosa che assomigliava a un’emozione.

Buon compleanno, Mela. Da Grande Puffo in poi, hai cambiato anche me.

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