Vincitore Sanremo 2026 Sal Da Vinci: il trionfo della banalità rassicurante.

Il vincitore di Sanremo 2026 Sal Da Vinci ha conquistato l’Ariston con Per sempre sì, un brano che incarna perfettamente il nazional popolare. Premessa doverosa: chi segue regolarmente il RickyVerso sa bene che rifuggo lo snobismo da “nazista musicale”. Non etichetto il Festival come spazzatura a prescindere. Al contrario, guardo con orecchio curioso la qualità dei testi, le voci e il lavoro magistrale di produttori e orchestrali. Sono loro, con i loro arrangiamenti, a conferire una dignità maestosa a canzoni che, se spogliate degli archi, crollerebbero sotto il peso della propria banalità. Se vi interessa capire quanto sia complesso costruire tessiture orchestrali di spessore, vi invito a leggere la mia intervista per Metal FM su Symphonic Reverie.
Il Grande Assente: L’Effetto “Wow!”
Come giustamente mi ha fatto notare anche mia moglie, è mancato quel brivido lungo la schiena, quel colpo al cuore inaspettato. È mancato il famigerato effetto “Wow!”. Quella sensazione rara che ti investe quando ascolti un brano che magari non vincerà nemmeno, ma che ti costringe a sussurrare: “Cavolo, che bella!”. È un po’ la scossa tellurica che ci aveva regalato Giorgia lo scorso anno o la dirompente magia di Mahmood e Blanco con Brividi qualche edizione fa. Quest’anno, purtroppo, il palco sembra aver preferito il tepore di una tisana rassicurante al fuoco ardente della pura meraviglia. Per fortuna c’è la serata “duetti” a regalare sempre qualcosa di magico.
Il Nazional Popolare Come Comfort Zone
Questa mancanza di coraggio mi porta a una triste riflessione sul vincitore di Sanremo 2026. L’etichetta “nazional popolare” non dovrebbe essere per forza un sinonimo di “banale”, eppure in fondo, guardando la classifica, si conferma sempre esserlo. Sal Da Vinci ha trionfato con Per sempre sì, un brano in cui le immagini trite e ritrite costruiscono un inno alla stabilità più ovvia. Ho imparato a non discutere i gusti del popolo, ma fa male al cuore constatare che un testo così rassicurante e privo del minimo rischio lirico sia ancora la ricetta perfetta per sbancare.
La Vera Poesia Nascosta dei Giovani
Mentre i veterani si sono rifugiati nella comfort zone dei sentimenti masticati, sono stati proprio i giovani a portare sul palco i testi dotati di maggiore spessore emotivo e semantico. Ecco due esempi lampanti di come si possa scrivere di paure e relazioni scappando dai cliché:
• Sayf con “Tu mi piaci tanto”: Dietro a un titolo che suona come una filastrocca d’amore, il rapper ligure ha nascosto un attacco cinico e disilluso alle contraddizioni dell’Italia. Ci sbatte in faccia alluvioni, precariato ed evasioni fiscali con versi affilati come: “E intanto che si ride / E che si fa l’amore / Le tue tasse vanno spese / In un hotel a ore”.
• Tredici Pietro con “Uomo che cade”: Abbandonando il rap puramente da strada, ha consegnato al pubblico un ritratto vulnerabile del fallimento. Paragoni azzardati e fragilità si fondono in un brano che ci ricorda quanto spesso fuggiamo dalla responsabilità delle emozioni: “A volte siamo bravi a sparire / ma per non rischiare di farci male”.
• La ricerca esistenziale di Nayt in “Prima che”: Con una penna che sa essere incredibilmente intima e filosofica, il rapper ha decostruito le certezze rassicuranti dell’amore da cartolina. Nel suo testo si pone domande sull’identità e sul valore dei sentimenti in un mondo artificiale. La strofa in cui canta “Io non credo a chi mi ama, di più, non credo abbia valore / Perché in tutta questa roba che c’ho addosso mi confondo” è un pugno nello stomaco per la sua crudele onestà. E quel verso, “Supportarci a vicenda / Sopportarci dicendo / Che ne vale la pena”, è probabilmente la definizione più sincera, adulta e anti-banale delle relazioni umane passata quest’anno in Riviera.
Una Scintilla Rock: Il Plauso alle Bambole di Pezza
Eppure, in mezzo a questo mare di prevedibilità, un faro di sana ribellione si è acceso. Un plauso obbligatorio va alle Bambole di Pezza, unica vera band in gara e sole esponenti dell’attitudine rock di questa edizione. Il loro brano Resta con me vanta l’unico ritornello capace di piantarsi nel cervello e rimanerci a oltranza. Avrebbero potuto osare ancora di più, perché ne hanno ampiamente le capacità: lo hanno dimostrato magistralmente durante la serata cover. Hanno infiammato l’Ariston affiancando una scatenata Cristina “Metal” D’Avena in Occhi di Gatto, impreziosendo l’esibizione con un inaspettato e graffiante mash-up di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin.
In un mondo che premia chi ti promette che andrà tutto bene, io scelgo chi ha il coraggio di raccontarti come si cade, o chi ti urla in faccia con una chitarra distorta. Perché, come ricordo sempre, se la bellezza vera non la troviamo già pronta, tocca a noi crearla.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”

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