“Hai mai pensato di scrivere un libro?” (ma io non ti conosco!)
Un paio di giorni fa mi è arrivato uno di quei messaggi privati che fanno sorridere. Una lettrice del blog mi scrive: «Spettacolare il tuo post di oggi! Mi piace un sacco come scrivi. Hai mai pensato di scrivere un libro?».
Sento un sincero calore, rispondo ringraziando. Poi mi scappa una domanda, forse un po’ azzardata, sicuramente poco diplomatica per il galateo digitale: «Se ti piacciono… perchè ogni tanto non li condividi?».
Pausa. Tre pallini sospesi nella bolla di chat. La risposta è arrivata puntuale, disarmante nella sua spietata genuinità: «Io… boh. Non ci penso».
La conversazione si è chiusa lì, con una risata e una battuta sul fatto che se anche scrivessi un libro non lo leggerebbero nemmeno i miei amici. Nessun dramma, sia chiaro. È una scena quotidiana, quasi comica nella sua ricorrenza. Eppure si porta dietro un meccanismo psicologico affascinante.

La spilla da giacca e la paura del pensiero libero
Questa storia mi ha riportato alla mente un episodio di qualche anno fa. Sotto una riflessione piuttosto articolata pubblicata su Facebook, un’utente lasciò un commento memorabile: «Ma perchè scrivi? Tu non sei uno famoso!».
In quell’uscita apparentemente assurda c’era già tutta la radiografia della fruizione moderna.
Quando una persona ricondivide la citazione di un grande autore, di un guru del marketing o del personaggio famoso di turno, compie un gesto preciso: acquista una spilla da appuntarsi sul giacchetto. Dice alla propria rete: «Guardate quanto sono colto, intelligente o profondo, perché mi rispecchio in questa autorità riconosciuta». Il marchio famoso fa da scudo. Se la citazione viene criticata, la responsabilità cade sul colosso che l’ha pronunciata.
Condividere invece il pensiero di una persona comune — il post di Ricky, l’articolo di un blog indipendente, il ragionamento di un conoscente — richiede un atto di responsabilità individuale. Significa metterci la propria faccia, esporsi in prima persona, sostenere quell’idea senza la copertura di un milione di follower. Di fronte a questo passaggio, la stragrande maggioranza si blocca. La sostanza viene fruita e apprezzata in privato; in pubblico si esibisce soltanto il bollino blu.
“Perché condividiamo più volentieri una citazione di un guru che il pensiero di una persona comune? Perché il marchio famoso fa da scudo, la persona comune no.”
Il prezzo di fare troppe cose (cercando di farle bene)
Negli ultimi venticinque anni mi è capitato periodicamente di sentirmi dire cosa avrei “dovuto” fare nella vita. L’elenco è variopinto:
- Il cantante
- Il musicista
- Il giornalista
- Lo scrittore
- Lo sceneggiatore
- Il fotografo
- Lo psicologo
- Il life coach
… manca solo l’Astronauta!
La spiegazione è semplice: la passione viscerale porta a curare ciò che si fa fino ai minimi dettagli, trasmettendo un’idea di competenza quasi professionale. La trappola sta nell’eclettismo.
L’ecosistema dei contenuti moderni premia la monodimensione banale. Vuole figure facili da etichettare, ricette rapide, pillole masticabili in tre secondi mentre si aspetta la fermata dell’autobus. La curiosità poliedrica, la scrittura che pretende tempo e la sovrapposizione di linguaggi diversi risultano indigeste per le caselle rigide con cui il pubblico (e l’algoritmo) riorganizza il mondo.
La vittoria silenziosa del messaggio privato
Tirando le somme, la questione è meno amara di quanto sembri.
L’illusione che la qualità coincida con la viralità appartiene a chi vive la rete come un’arena perenne. La realtà racconta una storia diversa: l’impatto reale si consuma spesso lontano dai riflettori della piazza principale.
Un messaggio privato inviato alle otto del mattino da qualcuno che ha letto, riflettuto e provato un’emozione autentica possiede un peso specifico immensamente superiore a cento ricondivisioni distratte, fatte solo per riempire una storia Instagram.
Continuo a scrivere sul mio blog per il gusto incrollabile di dare forma ai pensieri, di creare bellezza, di stimolare una scintilla. Chiedere alla massa di farsi cassa di risonanza per contenuti fuori dal coro è un’aspettativa irrealistica. Chi cerca il marchio continuerà a condividere i soliti fuffaguru; chi cerca la sostanza continuerà a trovarla, magari in silenzio, dentro una chat privata.
Va benissimo così. In fin dei conti, il senso di ciò che creiamo sta tutto nella profondità dell’impronta che lasciamo, non nel numero di persone che la calpestano.
Creativo digitale, musicista e narratore. Esploro le intersezioni tra umanità e tecnologia, raccontando storie di AI, musica e vita vissuta. Benvenuti nel mio disordine organizzato.”
